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Perché l’acquisto d’impulso è oro per i retailers

A chi non è mai capitato? Un acquisto non programmato fatto d’impulso passando davanti ad una vetrina, che ha catturato la nostra attenzione tanto da spingerci ad entrare ed uscire con qualcosa che non pensavamo nemmeno di volere. Oppure una cosa comprata mentre il nostro intento era di comprarne un’altra, un’aggiunta dell’ultimo minuto alla quale per qualche strana ragione non siamo riusciti ad evitare.

In realtà, questo fenomeno è quasi sempre frutto di un’attenta e ben studiata strategia di marketing. E’ dal 1950 infatti che i commercianti dei negozi piazzano determinati tipi di prodotti vicino alle casse dei negozi, piccoli, poco cari e di solito di uso giornaliero (avete presente le calze di H&M?).

Con gli eCommerce che continuano la loro marcia alla conquista del mondo, molti retailers tradizionali cominciano a chiedersi se questo tipo di acquisti cominceranno a diminuire, ma possono stare tranquilli: non è così. Soprattutto perché i negozi fisici hanno ancora un vantaggio rispetto a quelli online quando si tratta di controllare l’esperienza di shopping.

Abbiamo parlato di recente del fenomeno F.O.M.O. (Fear of Missing Out), ed è questo unito all’innata abitudine che abbiamo di provare gioia quando riceviamo delle cose nuove a spiegare come mai gli acquisti d’impulso hanno ancora vita lunga. Ci fanno felici, e questo non ha bisogno di spiegazioni. Inoltre, fare shopping programmato (per articoli specifici, di solito legati all’utilità pratica) è molto meno divertente e più laborioso a livello mentale. Infine, l’abitudine alla tecnologia che ormai fa parte delle nostre vite, ci ha educato alla gratificazione istantanea, qualcosa che un acquisto non programmato esprime benissimo.

Come possono quindi i retailers sfruttare questi meccanismi al massimo?

Scegliere i prodotti giusti
Dopo aver navigato in lungo e in largo un negozio, molti di noi si sentono stanchi. Ci sembra di aver già preso fin troppe decisioni e non vediamo l’ora di uscire. Proprio per questo i prodotti che un retailer cerca di vendere alla fine di quel percorso (vicino alle casse e all’uscita) devono essere economici, belli da vedere e capaci di ispirare un senso d’urgenza – di modo che il consumatore lo metta nel cestello quasi senza pensarci. Inoltre non serve che questi prodotti siano fuori dal comune, anzi – sono i prodotti quotidiani che spesso ci sfuggono di mente e che siamo sempre ben disposti a comprare (come i calzini di cui sopra).

Tenendo tutto ciò a mente, si possono testare prodotti differenti per capire quali generino un tasso di conversione più alto.

Attirare l’attenzione con delle promozioni
Se non lo vedo, non ci credo. I grossi cartelli con scritto “SALDI” non hanno solo una funzione informativa, ma anche quella di generare la voglia di accaparrarsi qualcosa che tra poco non ci sarà più, e ad un prezzo più basso del solito. L’idea di “fare un affare” è sempre molto potente, per tutti. Ma bisogna orchestrare questo display in maniera saggia: comunicare cosa esattamente di un prodotto è assolutamente imperdibile (l’utilità, il prezzo, l’unicità ecc.), posizionare il messaggio dove è più probabile che venga visto (in basso se è rivolto ad un bambino che poi chiederà ai genitori, o vicino a dove di solito si creano le file dei clienti che aspettano), o persino lo spogliare i manichini in vetrina per suscitare la curiosità di sapere quali prodotti sono in saldo.

Woman using mobile phone while shopping in supermarket

Realizzare un placement ad hoc
Un ottimo modo di spingere la vendita di un prodotto, è quello di posizionarlo vicino ad uno che non ne ha bisogno perchè si vende già da solo. E mettere questi prodotti nelle parti del negozio che sono più frequentate è un altro tassello del modo migliore per suggerire acquisti senza che i clienti quasi se ne rendano conto.

Usare la tecnologia
Ormai lo dicono tutti: gli smartphone ci incollano lo sguardo allo schermo, spesso e volentieri facendoci camminare anche all’interno di un negozio senza veramente guardare quello che abbiamo accanto. Per questi casi estremi, può tornare utile una app dedicata – sono in pochi gli store a farlo, ma grazie al fenomeno del R.O.P.O. e dello show rooming, chi le realizza ha sicuramente un vantaggio in più.

Inoltre queste app permettono di offrire promozioni legate alla location, di fidelizzare clienti abituali e crearne di nuovi, e di promuovere la vendita di prodotti specifici. Per realizzare un progetto del genere bast acquistare dei beacon, che ormai sono reperibili a prezzi molto accessibili.

JohnKyril: dalla Francia a Milano con stile [intervista]

Cuoio, linee intramontabili e una costante ricerca dell’eccellenza. Sono questi gli ingredienti fondamentali del successo di JohnKyril, il marchio francese fondato da Giuseppe Prestipino, originario di Lampedusa. Il 5 Maggio il brand ospiterà un evento temporary in centro a Milano, per cui nell’attesa abbiamo intervistato il fondatore per scoprire di più sulla sua storia.

Come, dove e perchè è nato JohnKyril?
“Il marchio JohnKyril nasce nel 2013, grazie all’ incontro con il Réseau du Bellay, un gruppo di circa sedici aziende, tutte situate nella zona dei castelli della Loira in Francia, e che producono per diversi marchi tra cui Chanel, Longchamp ed Hermès. Tramite questo gruppo e grazie alla voglia che avevo da tempo di fare qualcosa nel campo della moda, ho avuto la possibilità di introdurmi in questo mondo. Ho cominciato ad informarmi, a fare qualche disegno e soprattutto ad andare di persona in diverse concerie per conoscere e scoprire tutto ciò che gira intorno al mondo della pelle.”

E poi?
“Ad un certo punto ho realizzato i primi disegni di una shopping bag, ai quali è susseguito uno studio accurato e poi un vero e proprio prototipo. Così sono nate le prime borse, le CABAS 511.”

Come lavori adesso?
“Adesso realizzo circa duecento pezzi l’anno, e vendo tramite internet (Facebook, Instagram e sul sito web). Detto questo, uno dei mezzi più efficaci per fare conoscere il marchio è  sicuramente il passaparola. Da poco ho rifatto il sito web e dal 2o14 ho iniziato a fare degli eventi temporary, il primo a Lampedusa (io sono originario di lì) e in seguito a Parigi, dove ormai é diventato un appuntamento fisso da 2 anni. Questi eventi sono diventati sempre più importanti e di successo, grazie ad un’ottima organizzazione e una scelta di location sempre un po’ atipiche. L’ultimo evento a Parigi, ad esempio, è stato allestito nel 7° arrondissement – un fiorista del luogo ci ha messo a disposizione il suo locale e l’evento è andato molto bene.”

Come si svolgerà il vostro evento temporary?
“A Milano presenterò l’ultima mia creazione: il modello Dory, un secchiello rivisitato. Milano è la città della moda riconosciuta a livello internazionale, é stata la mia città per ben 14 anni e conosco tanta gente, per cui mi sono detto perché non “approdare” anche a Milano? Mi sono innamorato dello Spazio Fiorella, situato dentro un palazzo d’epoca nei pressi di Corso Como. Il concept dell’evento è quello di un “afterwork”, un aperitivo, non proprio una vera vendita ma piuttosto un incontro, un salotto dove incontrarsi per parlare del marchio. Vi aspetto!”

Cosa rende speciale JohnKyril?
“Ogni pezzo che realizzo è unico, perché lavoro e compro le pelli all’unità. Lo slogan del marchio é «Adoptez un pièce unique avec JohnKyril. C’est plus qu’un sac, c’est le vôtre» (JohnKyril é più di una borsa, è il vostro pezzo unico) e riflette questo intento. Al momento sto lavorando con tanti nuovi colori e sfumature per la nuova collezione estiva «Escale Retaise» e prossimamente faro’ uno shooting (di cui mi occupo interamente) su un isola francese che amo molto, l’Ile de Ré.”

Fuorisalone 2017: arrivano i colletti di design di Barbara Montagnoli

E’ cominciata la Design Week 2017 e con essa il Fuorisalone, uno degli eventi più attesi dell’anno che riunisce a Milano il meglio del meglio del mondo e degli amanti del design. Tra questi c’è l’Atelier di Barbara Montagnoli, che per l’occasione presenta la sua Colletteria aprendo un temporary nella Bottega Storica Lagori Montenapoleone in Via Gerolamo Morone 3.

L’Atelier rappresenta un linguaggio di stile costruito sul concetto di slow fashion in antitesi all’ormai dilagante fast fashion, nel rispetto delle regole per la confezione sartoriale, ridisegnando i canoni in chiave contemporanea. Per questo abbiamo intervistato la stilista in persona per saperne di più.

Come, dove e perchè nasce l’Atelier?
L’Atelier è nato circa 15 anni fa, e negli ultimi due anni mi sono dedicata con le altre socie a ristrutturarlo in chiave più contemporanea. Io vengo da una famiglia che si occupa di sartoria da sempre, mio padre era un modellista, per cui mi piace sempre dire che “sono nata sul tavolo da taglio”.

Ultimamente abbiamo deciso di esplorare e occuparci di cose diverse – ci piace dire che noi ci occupiamo di “prêt-à-personnalité”. Questo perchè ci piace vestire non solo la persona ma anche la sua personalità, con l’obiettivo di creare capi unici, irripetibili e personali. Durante l’anno presentiamo delle collezioni che ci servono soprattutto come spunto per capire come una figura può essere valorizzata.

La stilista Barbara Montagnoli

Come nasce la colletteria?
Abbiamo cominciato con i colletti perchè creo spesso abiti da sera molto scollati, e pensando a come poter adornare il collo, una parte che di solito si copre solo con delle stole, volevamo trovare un modo diverso di farlo. Per questo abbiamo cominciato a studiare le gorgiere elisabettiane, con l’idea di creare un accessorio vero e proprio.

E qual è “l’asso nella manica” di un colletto?
Un colletto “di design” da una grinta diversa anche ad una semplice maglietta bianca, rende il tutto completamente diverso. Inoltre tutti i colletti sono unici, e tutti fatti a mano, di alta qualità sartoriale. A Milano ne abbiamo al momento circa un centinaio, sul nostro sito si possono vedere le varie collezioni. Dipende dal tipo di ricamo, ci vorrà da un ora o a molto di più. uno che è completamente piume e cristalli ci sono volute 4 ore.

Come si svolgerà l’evento durante la Design Week?
Sarà una performance live dal tema “Urban Jungle”, per la collezione dedicata al Fuorisalone 2017. Tutti i pomeriggi dalle 5:30 io sarò praticamente in vetrina per creare insieme alla cliente il colletto che desidera, completamente personalizzato.

E’ la prima volta che facciamo un temporary shop, e abbiamo deciso di provare perchè adesso c’è in giro l’idea generalizzata che tutto venga fatto a mano ma in realtà non è proprio vero. Vogliamo mostrare che per noi lo è, perchè sta alla base della nostra identità come Atelier. La Design Week inoltre è un’ottima opportunità perchè offre la cornice perfetta per i nostri colletti. Noi crediamo che sia un oggetto di design da indossare… non a caso li indossiamo regolarmente!

Cosa c’è nel futuro dell’Atelier?
Abbiamo numerose idee e diversi progetti su cui stiamo lavorando, per la maggior parte legati sempre ai dettagli sugli accessori – ci appassiona rivalutare gli accessori sartoriali in chiavi contemporanee. Al momento vendiamo anche all’estero, Londra, Parigi, Berlino e facciamo degli eventi per mostrare il nostro lavoro, cosa che continueremo a seguire sperando di espanderci ancora.

‘Pleasure 4 You’ apre un temporary store a Milano [intervista]

Signore e signori, è arrivata la rivoluzione nel mondo dei sex toys. Se siete degli intenditori o se non ne avete mai usato uno, una cosa la dovete fare: andare sul sexy shop online Pleasure 4 You.

Nato dalle menti della web agency Deva Connection (fondata a Roma nel 2013) specializzata in interconnessione mobile, il sito vuole cambiare il modo di concepire i sex toys, offrendo una grande varietà di prodotti di alta qualità.

In occasione della Design Week 2017, Pleasure 4 You sarà a Milano con un temporary store d’eccezione in Corso Garibaldi 60. Per saperne di più e scoprire com’è nata e come funziona questa meraviglia abbiamo intervistato il COO di Deva Connection e ideatore del progetto Marco Acquati.

Come e quando è nata Pleasure for You?
“Questo progetto è nato da una stretta collaborazione con un grosso player di questo mercato a livello europeo, il più grande in Italia, con cui siamo amici da molto tempo. Unendo il nostro know how come agenzia digitale e il loro bacino d’utenza abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura, per cui il sito è ufficialmente online dal 10 Febbraio (anche se noi ci lavoriamo da circa un anno).

L’idea di comunicazione che vi sta dietro ci è venuta osservando come il mondo del web sia pieno di siti dedicati ai sex toys tutti uguali, ovvero caratterizzati da immagini molto forti, volgarità di vario genere e in generale un’immagine da mondo “proibito” e di cui vergognarsi. Tutto questo dipinge i sex toys come una cosa da nascondere, mentre secondo noi sono – come dice il termine stesso – dei giochi, qualcosa di divertente che le coppie o anche i singoli possono usare per alimentare la loro relazione, le loro fantasie, per aprire porte inesplorate o recuperare voglie perdute. Per questo le grafiche, i claim e i contenuti del sito vanno al di fuori del classico immaginario del sex e-commerce.”

Come funziona il vostro lavoro quotidiano?
“Questo progetto e il lavoro che è servito per realizzarlo sono stati imponenti, per cui a Milano abbiamo un team dedicato di circa otto persone. Sul sito sono presenti al momento circa 600 prodotti, ma in magazzino ne abbiamo circa 22.000! Settimanalmente scegliamo i prodotti da mettere online, stando molto attenti alle richieste dei clienti. Ad esempio adesso vanno molto di moda i vibratori design, che rispecchiano anche perfettamente la nostra vision di promuovere un prodotto più elegante.”

Cos’altro c’è nella Top List dei prodotti più venduti?
“Molti strap on, le palline vaginali – che si usano tanto anche per praticare la Kegel, la ginnastica per migliorare l’elasticità vaginale – e anche alcuni prodotti sadomaso.”

Avete anche un blog molto particolare, giusto?
“Vero. Abbiamo deciso di percorrere una strada alternativa, perchè non volevamo scrivere contenuti che fossero letti e riletti solo come “istruzioni per l’uso”. Abbiamo fatto delle ricerche approfondite sui principali blog erotici del mondo e ci siamo concentrati su una vision più ricercata, inserendo pezzi come “L’ars amatoria di Egon Schiele” o il penultimo articolo scritto da una giornalista di ELLE.”

Come sarà il vostro temporary shop a Milano?
“Saremo aperti in Corso Garibaldi da Martedì 4 a Domenica 9 Aprile. Allestiremo il negozio sia con i nostri prodotti di punta (come i vibratori design) che con altre categorie di prodotti per rappresentare il sito nella sua interezza. Il filo conduttore sarà la frutta, distribuiremo ciambelle, magliette e gadget ai passanti e ci sarà un mega ciambellone cartonato (2.40m) all’ingresso per farsi delle foto da postare sui social. Tutte le sere faremo anche un happy hour.

Faremo anche un’attività di guerrilla marketing con palloncini brandizzati, flyer a forma di ciambella con il logo e il QR code per scoprire dove siamo e venirci a trovare. Ci sarà musica dal vivo, dj nel negozio e molto altro!

Abbiamo voluto organizzare un temporary shop non solo per far conoscere i nostri prodotti, ma anche la nostra filosofia di un sex toy elegante e divertente, per cui spiegheremo nel dettaglio come funzionano e come sono fatti a chiunque voglia saperne di più. Se tutto va bene sicuramente replicheremo l’esperienza e amplieremo il raggio d’azione magari con degli appuntamenti dedicati e collegati agli eventi della città di Milano.”

Cosa possiamo aspettarci nel futuro di Pleasure For You?
“Non posso rivelarlo… sennò che sorpresa sarebbe? Ma posso dire che durante il Temporary sarà con noi una ragazza che ha partecipato al Grande Fratello e che ha un blog in cui parla di sesso ed erotismo, in maniera molto diretta e simpatica. Veniteci a trovare: ne vedrete delle belle! E ricordatevi di seguirci con l’hashtag #yoursexydesignweek

Dai classici dildo ai vibratori, passando per baby doll, lubrificanti, party kit e perfino il body paint, questo nuovo portale del piacere vi sorprenderà. Cliccare per credere!

POLI.Design Milano: parte a Maggio la IV edizione del corso in Temporary Retail

Noi lo ripetiamo da sempre: il temporary è qui per restare! Sembra un ossimoro, ma in realtà questo fenomeno ormai mondiale non accenna a rallentare la sua ascesa come uno dei metodi più efficaci di fare retail. La pensano allo stesso modo al POLI.design del Politecnico di Milano, che lancia la IV edizione del Corso in Temporary Shop & Retail Design in collaborazione con Assotemporary, e di cui What a Space è fiera di essere partner tecnico.

Evoluzione delle 7 edizioni di “Temporary Space & Ehibition Design” e “Temporary Shop Design”, il corso ha (come nelle precedenti edizioni) il patrocinio di AIPi Associazione Italiana Progettisti d’Interni. A conferma poi della concretezza dei progetti sviluppati in aula, nell’edizione 2016 ASUS ha lanciato, in qualità di sponsor d’eccezione, un brief per l’ideazione di un nuovo concetto di shop in shop, individuando a fine percorso un progetto vincente.

Durante il Corso (della durata di 120 ore totali) si indagherà sulle nuove dinamiche di design, trends e comunicazione che influenzano il mondo dei temporary shop, pop-up store e “shop in shop”, saranno esplorate le indicazioni provenienti dal mercato mondiale e le realizzazioni più significative, senza tralasciare le principale normative che regolano questo campo.

Ma per saperne di più abbiamo intervistato direttamente il Direttore del corso, Gianpietro Sacchi.

Gianpietro Sacchi, Direttore del corso

Quando e come è nata l’idea di fare un corso specifico per questa particolare tipologia di retail?
“L’idea è nata nel 2008 ed è stata messa in pratica con la prima edizione nel 2009. All’epoca aveva un taglio leggermente diverso da quello attuale, con tematiche più trasversali che strizzavano l’occhio al mondo dell’allestimento, dal quale prendevano ispirazione per le tecniche di realizzazione ed i materiali utilizzati. Ma volendo tornare ancora indietro, direi che le prime avvisaglie di questo fenomeno sono arrivate dall’estero, nel 2003 in UK e poi dagli States. Il 2008 poi ha visto le prime realizzazioni significative nel mondo della moda. Oggi è un fenomeno trasversale, che spazia in ogni ambito del retail: dal food alla tecnologia, dal fashion ai motori.

La denominazione attuale del corso infatti, “Temporary Shop & Retail Design”, nasce proprio da questa evoluzione, per sposare questo fenomeno specifico nella sua interezza, rendendolo unico nel suo genere.”

Per occuparsi di temporary retail, con quali “armi” bisogna scendere in campo?
“Sicuramente è necessario avere una conoscenza precisa del mercato di riferimento, delle dinamiche che lo regolano e delle nuove tendenze in atto. Serve comprendere e saper gestire le problematiche peculiari di uno spazio temporaneo, che ormai sempre più spesso assume valenze progettuali di alto livello.
Il temporary retail è forse l’ambito dove il progettista deve saper interpretare con maggior velocità e precisione le aspettative del brand, per soddisfare le aspettative di coloro che frequenteranno quello spazio. In pochissimo tempo dovranno diventare “parte di una storia” raccontata dal progetto, sia che si tratti di uno spazio adibito alla vendita che di un luogo di comunicazione pura.”

Come sarà organizzato e quali tipi di strumenti intende fornire il corso? Chi parteciperà?
“La prossima edizione prenderà il via l’8 e terminerà il 26 maggio 2017. Come di consuetudine, il percorso formativo sarà diviso in due parti. Nella prima saranno erogati contributi frontali da architetti, esperti di marketing, trend setter, scenografi e light designer tra i più quotati del settore. Nella seconda parte i partecipanti affronteranno un progetto, per mettere immediatamente in pratica le conoscenze acquisite. Il corso è estremamente interattivo e da sempre crea sinergie tra i partecipanti e i docenti che spesso sfociano in collaborazioni professionali. Come nelle precedenti edizioni, i partecipanti verranno seguiti ed affiancati in aula durante tutto l’iter didattico e progettuale, da me e dall’Arch. Alberto Zanetta, coordinatore del corso.

Si parlerà quindi di progettazione, materiali, illuminotecnica di comunicazione, budget e business plan e comportamenti dei consumatori. Vogliamo dare una visione completa e trasversale del mondo temporary e più in generale di retail, e anche per questo si progetterà una location reale, seguendo un brief specifico, grazie ad un metodo progettuale molto efficace.”

Quale esempio di temporary retail degli ultimi tempi ti ha colpito particolarmente?
“Potrei fare diversi esempi, che ormai hanno fatto storia, ma in particolare due riflettono bene due modalità diverse di fare temporary store.
Nel 2016, il temporary di Viaggiator Goloso (brand premium di UNES/U2) suggerì al brand di trasformarsi in un punto vendita permanente sul territorio milanese: di questa iniziativa è sicuramente apprezzabile la capacità di interpretare al meglio i risultati e tramutare immediatamente in business le risposte ed i gusti dei consumatori.
Il più recente pop up store di Louis Vuitton in Brera invece, a mio avviso, ha incarnato la capacità del progettista di trasferire i valori del brand (soprattutto della nuova collezione primavera/estate) in un esperienza immersiva e “decisamente Vuitton”. Qui la location si fonde con la collezione e l’abbigliamento con l’arredo. Una progettazione fluida, morbida, oserei dire perfetta!”

Cosa prevedi per il futuro del temporary retail?
“Per vocazione il temporary retail è sempre stato e credo sarà sempre un ambito di sperimentazione e spinta, sia dal punto di vista del design e dei format di vendita che della tecnologia a supporto della shopping experience. E’ una formula vincente per testare il mercato e le nuove tendenze, se non addirittura per creare nuovi bisogni e mettere a punto strategie vincenti.
Per individuare e monitorare i canali di comunicazione più diretti ai processi decisionali d’acquisto, vengono sempre di più utilizzate le indicazioni suggerite dal neuromarketing, disciplina che fonde il marketing tradizionale con neurologia e scienze comportamentali.
Come in ogni realizzazione efficace e vincente, il processo creativo dovrà essere supportato da una approfondita conoscenza e  una precisa metodologia progettuale.
Infine,  ritengo che in ogni caso le nuove tecnologie quali la realtà aumentata, l’utilizzo dei display OLED, dei materiali “intelligenti” e tutto ciò che riguarda gli acquisti senza l’utilizzo di denaro contante, saranno sempre più utilizzate.”

Per maggiori informazioni sulla didattica del corso cliccate qui mentre per le procedure di iscrizione, scrivete direttamente a iscrizioni@polidesign.net.

Retail: la strategia omnichannel è la strada de seguire

Se non sapete di cosa stiamo parlando, state tranquilli: non lo sa quasi nessuno. Volendo cercare sul web la definizione di “Retail Omnichannel” se ne trovano parecchie. Google lo definisce come un modo per assicurasi che le strategie di marketing di un brand permettano al consumatore di trovarlo su ogni canale. Per Hubspot invece si tratta della capacità di regalare una user experience attraverso più canali, considerando i vari device con cui i consumatori interagiscono con un dato brand.

In pratica si tratta di estendere la propria strategia di marketing, i propri canali di vendita e le proprie risorse attraverso più canali digitali e non. Online e offline. Premesso che questo tipo di strategia non è sempre accessibile a tutti (una startup o un eCommerce agli inizi probabilmente non hanno le risorse per fare tutto e subito), c’è da dire che se la si vuole adottare, bisogna farlo bene per non cadere nell’approssimazione.

Tra il 2010 e il 2015 in Italia abbiamo visto un incremento medio delle vendite online del 15%,  salito al 18% nel 2016 e con una previsione per il 2017 del 20%. Allo stesso tempo però, stiamo vedendo crescere nuove tecnologie come la RA e la VR volte a migliorare l’esperienza di shopping in-store, e una tendenza generale a trovare vie di mezzo tra il mouse e il mattone.

Precursore del modello omnichannel, è il modello multichannel, ovvero di “più canali” aperti in parallelo. I problemi di questo modello però si sono rivelati consistenti: team dedicati che però non comunicano fra di loro, una scarsa sincronizzazione delle iniziative o metriche e KPI relative ai singoli canali che limitano un dato target ad un dato canale, senza prendere in considerazione il comportamento dei consumatori che (ormai sempre di più) navigano su diversi canali.

Il modello omnichannel invece si sta globalmente affermando come la naturale evoluzione del precedente, basandosi su una rete unificata degli stessi prodotti che però viaggiano su canali differenti, interconnessi e non più paralleli.

Come fare? Basta seguire questa checklist per cominciare:

  • Pensare digitale – se un brand non ha già un’identità e una forma mentis digitale, deve averla.
  • Esplorare nuovi canali – dall’eCommerce al Temporary Store il passo può essere molto breve, e facile! Le opportunità sono davvero molteplici, con un alto tasso di vantaggi.
  • Reinventare la struttura organizzativa – non più canali disgiunti e totalmente indipendenti ma seguiti contemporaneamente da una più figure dedicate al coordinamento.
  • Creare un’unica customer experience – aggiornamenti sugli eventi in-store disponibili sul sito e iniziative di engagement in-store come QR code, cacce al tesoro digitali, app dedicate, social posting ecc.
  • Assicurarsi una social presence – curare le proprie pagine social, creare (e curare) i propri brand ambassador, stimolare l’interazione e lo storytelling.
  • Investire in CRM, Analytics e social media monitoring – come si dice, sapere è potere! Un buon monitoraggio delle preferenze di propri consumatori permette di individuare opportunità future e di correggere eventuali errori in corso d’opera.

Perchè i Brand Ambassador sono più efficaci di qualunque pubblicità

Di sicuro questo termine vi suona familiare, o magari vi calza anche a pennello perché sareste perfetti per questo ruolo, oppure lo siete già. Con una storia che ci riporta indietro addirittura al 1870, quando alcuni grandi aziende dell’epoca cominciavano a distribuire quelli che oggi chiamiamo “prodotti brandizzati”, i Brand Ambassador possono essere definiti la naturale evoluzione di quel processo commerciale che ha visto nascere il brand management per mano di compagnie come Procter & Gamble, General Foods o Unilever dopo la Grande Depressione del ’29.

Se state pensando a nomi come Kim Kardashian o Justin Bieber avete ragione, anche loro sono (o sono stati) ambasciatori di grossi brand, ma qui vogliamo parlare di un altro tipo di brand ambassador, uno meno famoso ma a volte anche più efficace.

Le persone, i consumatori, si fidano di altri consumatori. Pensate a TripAdvisor: ormai non si entra quasi più in un ristorante che non si conosce senza aver prima dato un’occhiata alle recensioni di chi ci è già stato. Lo stesso vale (anche se in minor misura) per il retail. Il “peer-to-peer review” (le recensioni del prossimo) guadagna sempre più importanza, perché si basa sull’idea che se una persona non ha un interesse economico per dire una bugia, non lo farà.

Nel caso di piccoli brand emergenti, la possibilità di accalappiarsi un brand ambassador – un testimone contento di un brand che lo indossa regolarmente – più o meno famoso può essere difficile. Ma per quanto l’immagine di una celebrity possa aiutare a farsi conoscere, essa resta “effimera” e non sempre del tutto onesta agli occhi dei consumatori. Chi rimane dunque? I fan! I supporter del prodotto e del brand, quelli che lo seguono e lo comprano da sempre. Loro non sono pagati, anzi pagano, e grazie ai social (Instagram, YouTube, Facebook) diffondono awareness.

Perchè lo fanno? Per il senso di soddisfazione che ottengono dall’essere coinvolti con il brand che supportano e che amano. Alle aziende conviene averne il più possibile, fosse solo per il fatto che secondo un studio il miglior tipo di pubblicità ormai è per il 78% la raccomandazione. Come trovare (e creare) brand ambassador, può essere un po’ difficile all’inizio ma di sicuro si tratta di un’operazione del “ROI” altissimo! Il segreto è essere visibili sulla piazza: se si esiste solo online, è una buona idea tentare un temporary shop, organizzare degli eventi, creare delle campagne di marketing online, creare delle linee particolari e chi ne ha più ne metta.

Che ne pensate? Raccontatecelo nei commenti!

F.O.M.O. (Fear of Missing Out): solo ansia social o anche opportunità?

No, non è il nome di un nuovo rapper o dell’eyeliner che rivoluzionerà il vostro trucco. Per F.O.M.O. s’intende l’ansia sociale che deriva dall’avanzamento della tecnologia e dal conseguente livello di scelta che porta con sé. In pratica si tratta della paura di perdere un’opportunità d’incontro sociale, un’esperienza nuova, o un evento che ci avrebbe soddisfatto se l’avessimo vissuto.

Lo psicologo inglese Andrew Przybylski ha condotto uno studio che ha scoperto come più persone non si sentono autonome, competenti e connesse a qualcosa, più sentono la F.O.M.O. che sta per “Fear of Missing Out“. Gli individui maggiormente legati a questo fenomeno sono anche quelli che utilizzano molto i social network, che comparano il loro status con quello degli altri e che si preoccupano di divertirsi almeno tanto quanto sembra che si divertano gli altri. E se pensate che questo fenomeno sia collegato in particolar modo ai giovani avete ragione, ma è anche vero che ultimamente si sta espandendo a persone di età anche più avanzata.

Come riconoscerlo? La F.O.M.O. si può manifestare in molti modi. Qualcuno, ad esempio un giovane professionista, può essere preoccupato di non ricevere una determinata mail dal suo capo. Un adolescente può credere che la sua festa sia meno divertente di quella di un coetaneo. O persino in milioni di persone che hanno guardato gli episodi di Breaking Bad a ripetizione in vista della messa in onda dell’ultimo episodio, solo per poter condivider l’evento con il resto del mondo (e regalando a Netflix un guadagno extra senza precedenti).

Un’opportunità per i retailers

Come reazione all’eccessiva presenza di negozi e siti web che ormai vendono la qualunque dovunque, i retailers si sono trovati costretti a convertirsi al merchandising più sfrenato. Coupon, sconti, pre-saldi e quant’altro hanno avuto l’effetto di mantenere i clienti interessati, ma a scapito del margine di guadagno. I prezzi sono scesi, e anche le vendite, ma i retailers non hanno molta scelta se non quella di dare ai clienti quello che vogliono. Alcuni esperti addirittura dicono che l’atto di comprare durante i saldi stimola la produzione di dopamina, un neuro-trasmettitore che controlla i centri del piacere nel cervello. Ma più passa il tempo, più l’effetto si riduce, ed è per questo che dopo un po’ gli sconti del 50% non ci soddisfano più.

Ed è qui che la F.O.M.O. entra in azione: quando il marketing tradizionale (o meglio “promozionale”) non funziona più, i retailers devono inventarsi un altro modo per mantenere vivo l’interesse dei propri clienti, creando delle esperienze uniche e capaci di generare connessione sia in-store che online. Sfruttando l’utilizzo del mobile, e creando ad hoc un’esperienza di brand che vada dall’offline all’online, il retail riesce così a generare engagement e non solo: anche la necessità di rimanere aggiornati e coinvolti in quello che succede. E’ la fidelizzazione 3.0.

Abbiamo parlato diverse volte di come ormai non si tratti più semplicemente di vendere un prodotto, ma di offrire un’idea che si venderà da sola. La F.O.M.O. è una conseguenza del mondo e della società in cui viviamo oggi, estremamente veloce e con una curva di attenzione molto corta, ma nel mondo del retail può diventare una risorsa che non solo aiuti i brand ad aumentare le vendite ma che riporti anche l’attenzione dei consumatori sul piacere di un’esperienza, e dell’aggregazione generata da un comune interesse.

IF BAGS: la chiave è il Temporary [Intervista]

Se non ne avete già una, è probabile che quantomeno le abbiate viste in giro indossate da qualcuno. Se non è così, allora è arrivato il momento di conoscere le IF BAGS. Nate da un’idea di Isabella de Felice (industrial designer), Francesca Mesiano (scenografa) e Claudia Legnani (imprenditrice) queste borse e zaini in eco-pelle pensato, assemblato e cucito a mano in Italia non possono non conquistarvi. Ma per scoprire dove, come e perchè è nata la magia, abbiamo intervistato Isabella de Felice.

Com’è sono nate le IF BAGS?

“E’ una storia bizzarra. Un giorno nel 2012, Francesca (che all’epoca era la mia coinquilina) ricevette del tessuto in Eco-pelle e noi pensammo di utilizzarlo per crearci uno zainetto, con l’aiuto della portinaia del nostro palazzo. Quando cominciammo a portare la sacca in giro, molti amici e conoscenti iniziarono a notarle e chiederle per loro stessi. Ci sembrò strano. Ma ci eravamo anche incuriosite, per cui cominciammo a fare dei mercatini in giro per Milano nel tempo libero, visto che all’epoca avevamo un altro lavoro.”

E poi?
“Poi abbiamo lasciato i nostri lavori! Una volta capito che la cosa poteva avere un futuro, abbiamo deciso di dedicarvici anima e corpo.
Una delle prime cose che abbiamo fatto è stato aprire un temporary store in una stanzetta del RAL BAR (in Via Corsico a Milano). Era una stanza piccola con una vetrina, in pratica l’antibagno del locale, per cui ogni sera bisognava rimettere tutto a posto. E’ stato il nostro primissimo step concreto, ma ci è servito per capire molte cose e sperimentarne alcune che adesso sono uno dei nostri marchi di fabbrica, come la personalizzazione degli zaini.

Da li abbiamo poi cominciato ad essere conosciute nel mondo cosiddetto “underground”. E non conoscendo così bene il mondo del fashion abbiamo cominciato a frequentare le fiere come PITTI, Maison Objet, o Premiere Class (a Parigi).

Adesso grazie ad una crescita graduale ma costante, oltre a me, Francesca e Claudia nel nostro team ci sono Lucia che si occupa di Marketing e Maria Alba che cura le vendite.”

Chi sono i vostri investitori?
“Noi stesse! Non abbiamo mai avuto un business angel o un investor, non li escludiamo per principio ma ad oggi non li abbiamo mai cercati. Abbiamo investito di tasca nostra, consapevoli dei rischi ma anche decise a mettercela tutta. Partecipare alle fiere da sconosciute ad esempio è sicuramente dispendioso, ma ci ha aiutato tantissimo quindi è stato un ottimo investimento.”

Come e dove distribuite i vostri prodotti?
“Oltre all’Italia, abbiamo un distributore in Spagna e da due mesi uno negli Stati Uniti. In particolare lì la situazione è molto interessante, perché c’è un modo diverso di lavorare. Ad esempio, quando prendi un ordine in fiera lì ti danno la carta di credito di modo che tu possa segnarti i numeri per un pagamento immediato. Quando l’ho raccontato alle mie socie non ci potevano credere. L’approccio è diverso, sono molto più pratici e pragmatici. Il distributore che abbiamo in Francia, a settembre del 2016 ci disse a Parigi che il mese dopo sarebbe venuto a trovarci in Italia per conoscerci meglio. Indovina? E’ venuto! Noi non ci avevamo quasi dato peso pensando che non si sarebbe mai presentato, e invece è stato 2 giorni a Milano e ci ha anche chiesto di organizzare una cena informale. E’ un modo diverso di fare business, molto stimolante.”

Giovani e nuove frontiere del lavoro: che ne pensi?
“Mettiamola così: io sono arrivata a Milano 10 anni fa avevo una linea di accessori in plexiglass ed ero l’unica fra i miei coetanei a fare una cosa del genere. Adesso è all’opposto: sono più le persone in proprio che quelle assunte da qualcuno.

Tanti si lamentano della partita IVA come costosa e poco affidabile, ma già solo il fatto di essere costretti ad aprirla può stimolarti ad utilizzarla per fare qualcosa di tuo. I mezzi e i canali ci sono e sfruttarli sembra quasi obbligatorio (basti pensare a Etsy, eBay, Uber e tanti altri). Per fare un esempio, in Puglia e in Campania negli ultimi tre anni un numero alto di miei amici hanno iniziato ad affittare delle camere. Ad una cena poco tempo fa su dieci commensali almeno 4 erano proprietari di spazi su AirBnb. Il mondo è già cambiato, non sta cambiando.”

‘Start Up’ è già un termine vecchio oppure no?
“In passato io associavo questo nome alle aziende legate alla tecnologia, pur sapendo che si tratta di un mio personale punto di vista. Alla fine è solo un termine per definire una nuova azienda, ma forse dopo il boom degli primi anni 2000 l’interesse generale è un po’ sceso. Sicuramente noi possiamo identificarci con una start up per le difficoltà incontrare anche solo di orientamento: all’inizio noi pensavamo di avere più a che fare con il design che con la moda, ma abbiamo dovuto ricrederci. I nostri prodotti si distribuiscono meglio su determinati canali, per cui da noi in Italia ad esempio la boutique spesso non è il target più adatto. All’estero spaziamo tra i gift store e concept store, e queste differenze hanno creato un po’ di confusione all’inizio. Non avendo dei canali di vendita ben delineati è più difficile, ma ormai abbiamo rodato un buon meccanismo e lo conosciamo.”

Come realizzate i vostri prodotti?
“Facciamo tutto a Milano. Scherziamo sempre con Claudia, che è la contabilità fatta persona, visto che per produrre in casa devi essere molto organizzato, mettendo in conto che non è sempre la soluzione più economicamente conveniente. Ma è stata una scelta sentita perché volevamo seguire tutte le fasi della produzione.

Detto questo, la nostra collezione continuativa è di 23 colori. Negli anni si sono aggiunte alcune varianti di “double” (zaini a due colori) creando una trentina di colori aggiuntivi. Ogni sei mesi presentiamo una collezione nuova, mentre i best seller della collezione precedente restano sempre in produzione, sia sul sito che in negozio. Negli ultimi tempi infine abbiamo cominciato a sviluppare degli zaini strutturati e delle borse da donna, due prodotti che ci hanno richiesto in molti.”

Cosa rappresenta per voi il temporary retail?
“Gli diamo moltissima importanza, è una parte fondamentale della nostra strategia di business. A Milano abbiamo un temporary cosiddetto “lungo”, nato come temporary per sei mesi e poi diventato fisso. Abbiamo anche un negozio a Lecce, uno a Salò e uno a Mykonos in Grecia. Da quattro anni durante il Salone del Mobile di Milano abbiamo sempre un temporary in Tortona, perché funzionano benissimo. Proprio per questo stiamo pianificando l’apertura di altri temporary store nei prossimi due anni.

Certo, non si può aprire qualunque cosa e dovunque (Lecce a Febbraio non è proprio affollatissima) ma se si riesce a trovare la giusta combinazione fra location e costi allora è una soluzione più che redditizia. Lo consiglierei a tutti e, infatti, lo faccio!”

LASCIA LA SCIA: è il momento dell’architettura temporanea [Intervista]

Lascia La Scia team

Prendete tutto quello che pensavate di sapere sull’architettura e mettetelo da parte: grandi edifici, palazzi e ponti fatti per durare centinaia di anni sono da sempre gli oggetti legati all’idea di manufatto edilizio, ma gli orizzonti di questa nobile professione si sono ormai ampliati, andando a colonizzare anche il mondo del temporaneo, del modulare, delle micro-architetture e delle installazioni.

Ed è proprio di questo che si occupano le 5 donne di LASCIA LA SCIA, un gruppo di architetti che ha deciso di ripensare all’architettura in termini di temporaneità attraverso la promozione di forme innovative di progetto, arte e design con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale, economica e sociale. Noi di What a Space lavoriamo a stretto contatto con questo ambiente, condividendone valori e ambizioni, ed è per questo che abbiamo intervistato Laura Berni, architetto e interior designer del gruppo fondatore, per scoprire meglio la sua e la loro storia.

Laura BerniCome sei arrivata a fare quello che fai?
“Io sono di un paesino nella provincia di Reggio Emilia, e ho sempre avuto le idee ben chiare su cosa volevo fare da grande, ho sempre amato il mondo dell’architettura e pensavo che Milano fosse la città giusta per seguire questa strada. In particolare la mia passione sono gli interni, e durante gli anni dell’università ho conosciuto diverse persone che mi hanno stimolato, tra cui le ragazze con cui abbiamo deciso di aprire la società e ad una domanda della laurea triennale, un professore mi chiese a quale architetto mi sarei ispirata durante la mia carriera e io ho risposto Franco Albini, che nel dopoguerra ha lavorato molto nel mondo degli allestimenti museali. Questo dettaglio mi è tornato in mente quando è iniziata l’avventura con LASCIA LA SCIA.”

Com’è nata questa avventura (e azienda)?
“L’idea è nata all’inizio del 2011 durante un aperitivo, per cui poco dopo ci siamo ritrovate a creare la nostra identità per il FuoriSalone per cominciare a farci conoscere. Il primo lavoro lo abbiamo poi ottenuto a Giugno lavorando in ritenuta d’acconto. Poi è arrivata la partita IVA e adesso siamo una piccola azienda a tutti gli effetti. Il tutto è nato da una grande voglia di fare e da una passione comune, il lavoro di squadra è fondamentale, lo è stato per partire.”

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Siamo nell’era del temporary: come mai secondo te? Come si inserisce questo trend nel vostro lavoro?
“Una delle particolarità della nostra epoca è sicuramente il modo in cui ormai siamo abituati a comunicare: veloce ed immediato. Questo porta alla necessità di saper generare dei cambiamenti, di pari passo con il modo in cui vengono comunicati. L’arredamento, la disposizione delle cose, le presentazioni… bisogna saperle adattare e modificare come mai prima d’ora. Noi abbiamo cercato una formula dove il vero equilibrio sta nella facilità di cambiamento, e la soluzione temporary ne è la migliore espressione. Alcune parole chiave del nostro mestiere sono “versatilità” e “modularità“, per cui gli stessi elementi possono essere adattati a diversi ambienti.

Inoltre a questa filosofia adattiamo anche la nostra struttura aziendale: a seconda del progetto ci appoggiamo a diverse collaborazioni specialistiche, aumentando o riducendo il nostro team in base alle esigenze di un obiettivo comune.”

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Che tipologia di clienti avete e come misurate le loro richieste?
“Il mondo contract aziendale è uno che sicuramente riusciamo a seguire bene, curando a 360 gradi l’immagine di un’azienda. Noi studiamo il supporto ad un contenuto al fine di valorizzare il brand. In quanto all’approccio, cerchiamo sempre un compromesso tra ciò che ci chiede il cliente e quello che è il nostro gusto. In alcuni casi se si parla di grosse aziende affermate, hanno già un’immagine ben definita e noi ci lavoriamo attorno. L’importante, alla fine, è che a risaltare sia la brand image del cliente, per cui noi dobbiamo scomparire dietro il nostro lavoro.”

Cosa bolle in pentola per LASCIA LA SCIA adesso?
“Abbiamo un progetto che al momento è alle ultime fasi: l’allestimento di uno stand di 250mq alla Fiera di Basilea (Baselworld), la fiera di gioielleria più grande d’Europa. Noi studiamo, progettiamo e costruiamo uno stand personalizzato al 100% costruito sull’immagine di un’azienda. Studiamo per il cliente dal piccolo espositore al grande stand seguendo tutte le fasi dalla progettazione, produzione fino cantiere/allestimento. In questo caso si tratta di un gioielliere italiano di Valenza in provincia di Alessandria, Roberto Demeglio. Lo seguiamo da quattro anni, la fiera sarà dal 23 al 30 Marzo e i suoi vicini di stand saranno Rolex, Chanel, Cartier e altri grandi nomi della gioielleria internazionale.”

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Cosa vi aspettate dal futuro?
“Che sia sempre una sfida, perchè ci piacciono e ci vengono anche bene!”